All’inizio della mia carriera, facevo il tecnico del suono.

Sbattuto tra cavi, mixer e macchine che oggi non servirebbero nemmeno a raccogliere polvere. Ho cominciato come deejay, nel garage di casa, poi in radio, poi nel primo studio di registrazione: lo studio E a via Capitinzano, al Quarto Miglio, Roma.

Era il 1999. C’erano ancora gli Adat, registratori digitali a 8 tracce su cassette S-VHS. Qualcosa di simile alle VHS, ma con più dignità. Per registrare una canzone senza impazzire con premix servivano almeno tre di quei cosi. E per gestirli un telecomando gigante, il BRC, con i soliti bottoni: “rec”, “play”, “stop” e compagnia.

Una delle prime cose “da grandi” che mi fecero fare fu proprio quello: manovrare il BRC, muovere i nastri avanti e indietro, fare gli insert e le sovraincisioni. Roba di precisione. Non è che fosse difficile alla fine, ma dovevi sapere dove entrare e dove uscire. Bianco o nero. O azzeccavi il punto o era tutto da rifare.

Poi arrivarono i PC. L’hard disk recording.

Prima, c’erano già certe macchine. Pro Tools, Apple, roba per pochi. Cubase era ancora solo un sequencer MIDI, l’audio non sapeva nemmeno cosa fosse. Poi uscì Nuendo, che girava su un “normale” PC, senza bisogno di hardware proprietario. E lì finì la storia.

Gli Adat e il BRC in brevissimo tempo divennero buoni come soprammobili.

Qualche anno dopo, mi trovavo in uno studio in Prati, a Roma. Stavo lì, senza un motivo, a guardavo mentre registravano una take di non-so-che-strumento. A un certo punto, il musicista fa un errore e il fonico lo ferma. Scambiano due parole, annuiscono, ripartono. Il fonico, uno di quelli esperti, con gli anni e il mestiere sulle spalle, ferma la registrazione e dice:

Ammazza che punch-in che t’ho fatto! Preciso al millesimo, tie’!

Non dissi niente. Sorrisi tra me e me, pensando che anche un criceto avrebbe potuto fare quel lavoro, purché sapesse quale tasto premere. Sì, perché, al contrario di prima, con i computer si poteva fare tutto: allungare, spostare, tagliare, pitchare. Il punch-in perfetto era solo un bel ricordo, come il pallottoliere e le lettere scritte a mano.

Se vi state chiedendo perché racconto questa storia, è perché negli anni mi è tornata in mente più volte.

Ogni volta che ho dovuto fare i conti con un cambiamento radicale dentro o intorno a me. Ogni volta che ho trovato il coraggio di riconoscere che quello che era stato, non era più..

Oggi, quell’episodio mi torna in mente ogni volta che sento o leggo qualcuno dire che una ricerca fatta con l’AI non vale quanto una sui libri.

Ogni volta che qualcuno difende i metodi tradizionali come se fossero dogmi religiosi. Come se cercare un indirizzo sul Tuttocittà invece che su Google Maps fosse un segno di nobiltà. Possibile, ma inutile.

Capisco chi ha paura dell’AI.

Capisco i timori. Li ho anch’io. Ma chi la rifiuta in blocco, chi la demonizza a prescindere, non si accorge che sta solo proteggendo un’abitudine. Quand’è che inizieremo a dividere ciò che passato da ciò che è giusto?

Vedere i lati positivi di una cosa non significa ignorarne i pericoli.

Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere un’immagine nuova, a prescindere dal fatto che essa sia positiva o negativa. L’attaccamento ottuso alle consuetudini, questo sì, è il vero veleno. Blocca il ragionamento. Spegne il dialogo.

Non mi interessa ricordare a mente qualcosa che posso facilmente trovare in un libro.” —Albert Einstein